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Sanità in Campania: il pronto soccorso dell’Italia dimenticata

Ospedale Cardarelli di Napoli
Ospedale Cardarelli di Napoli

Negli ultimi mesi non passa settimana senza una notizia che racconti, in modo diverso, la stessa cosa: la sanità campana non regge più. E non serve essere esperti per capirlo: basta entrare in un pronto soccorso, o provare a prenotare una visita.



Le liste d’attesa che ti fanno ammalare due volte

Proviamo a fare un esperimento: oggi, 22 ottobre 2025, chi prova a prenotare una colonscopia al Cardarelli di Napoli riceve come prima data utile… marzo 2026. Se serve una risonanza magnetica in Irpinia, si arriva a quattro mesi d’attesa. Una visita cardiologica? Fino a 145 giorni in alcune Asl.

Nel frattempo, chi può pagare, lo fa. E chi non può, aspetta. Ma aspettare, in certi casi, significa peggiorare. Lo sanno bene le famiglie che si trovano costrette a portare un genitore in un’altra regione per un esame urgente, spendendo più di quanto guadagnano in un mese.

La mobilità sanitaria passiva della Campania — cioè i cittadini che si curano altrove — ha superato i 210 milioni di euro l’anno. Una cifra enorme, che equivale a dire: “non ci fidiamo del nostro sistema”.



Ospedali che si svuotano, pronto soccorso che esplodono

Al Loreto Mare, una notte di ottobre, i pazienti erano 38. I letti, 26. Chi arrivava in ambulanza restava nei corridoi, in attesa che qualcuno fosse dimesso. Gli infermieri correvano tra le barelle, i parenti cercavano di capire chi fosse il medico “di turno”.

Una scena che si ripete a Nola, a Caserta, a Salerno. La carenza di personale è cronica: mancano circa 8mila operatori sanitari, e l’età media dei medici ospedalieri ha superato i 55 anni. Chi lavora nella sanità pubblica lo fa più per coscienza che per prospettiva. Molti, infatti, scelgono di andarsene.

Negli ultimi tre anni, più di 1.200 medici campani hanno lasciato la regione. E chi resta, è costretto a coprire turni massacranti, spesso con attrezzature vecchie, reparti sottodimensionati e direttive confuse.



Il paradosso dei privati: necessari ma non sostitutivi

In un contesto così, è ovvio che il privato entri in scena. Le cliniche accreditate, con i loro tempi più brevi e servizi più ordinati, sono spesso l’unica alternativa possibile. Ma se il privato diventa la regola e il pubblico l’eccezione, allora il principio di uguaglianza è finito.

Il problema non è l’esistenza dei privati — è la mancanza di controllo su come vengono utilizzati i fondi, su come vengono assegnati i contratti, e su quanto queste strutture alleggeriscono davvero la pressione sugli ospedali pubblici.

Il rischio è di creare una sanità a due velocità: chi paga e va, e chi resta e aspetta. E questo non è un modello civile.



La politica che occupa, invece di curare

Dietro ogni emergenza, c’è una costante: la politica dentro gli ospedali. Ogni nomina dirigenziale pesa più di mille turni saltati. Direttori generali scelti per appartenenza, non per merito. Appalti assegnati con logiche di partito. Strutture che cadono a pezzi mentre si trovano i fondi per inaugurare nuove sedie direzionali.

In dieci anni, la Regione ha cambiato più piani sanitari che treni. Ogni riforma è stata annunciata come “storica”. Eppure, le condizioni nei reparti non sono mai migliorate.

La sensazione, ormai diffusa, è che la sanità pubblica campana non sia solo inefficiente, ma ostaggio di interessi e silenzi.



I cittadini non sono numeri

Chi scrive non è un politico né un esperto, ma un cittadino che riceve ogni giorno segnalazioni da persone comuni: madri che non trovano un pediatra di base; anziani che attendono mesi per una TAC; giovani medici costretti a fuggire perché “non hanno santi in paradiso”.

Ecco, questa è la fotografia più amara: non quella dei numeri, ma delle storie. Perché dietro ogni statistica c’è una persona che si è sentita sola davanti a un sistema che non funziona.

E quando la salute diventa un privilegio, lo Stato ha fallito nel suo compito più sacro.



Basta con i proclami

Le soluzioni non sono miracolose. Servono cose semplici e concrete:

  • assunzioni vere e trasparenti,

  • un controllo indipendente sulle Asl,

  • taglio delle nomine clientelari,

  • digitalizzazione delle liste d’attesa,

  • incentivi per chi sceglie di restare a lavorare qui.

Non servono nuovi slogan, ma gestione seria. E soprattutto, rispetto per chi ogni giorno tiene in piedi ospedali e reparti nonostante tutto.



Perché la sanità è il termometro del potere

La verità è che la sanità misura la distanza tra chi governa e chi viene governato. Quando un cittadino si ammala e non trova assistenza, non è solo un problema medico: è un fallimento politico.

E finché in Campania continueremo a vivere questa distanza — tra le parole dei palazzi e la realtà dei reparti — non basteranno dieci piani sanitari per restituirci fiducia.

Ci vorrà qualcosa di molto più semplice, ma che qui sembra diventato straordinario: curare la gente, non i numeri.



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