Lavoro e Imprese: la Campania che resiste nonostante tutto
- Matteo De Nicola
- 23 ott 2025
- Tempo di lettura: 3 min

C’è una generazione che non si lamenta, ma che ogni giorno combatte contro un sistema che la ignora. È fatta di imprenditori, artigiani, giovani professionisti e padri di famiglia che non chiedono sussidi, ma spazio per lavorare in pace. In Campania, questo spazio è diventato troppo stretto.
Il grande esodo silenzioso
I numeri parlano chiaro. Nel 2025, la disoccupazione giovanile campana si aggira attorno al 40,7%, la più alta del Mezzogiorno insieme alla Calabria. Secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ, un giovane su tre non studia e non lavora: parliamo di oltre 390mila NEET, una popolazione grande quanto la città di Firenze.
Ogni anno, più di 25mila giovani campani lasciano la regione in cerca di un’occupazione stabile. Molti non torneranno più. Non si tratta solo di fuga di cervelli, ma di fuga di energie, di futuro. E lo Stato, davanti a tutto questo, continua a rispondere con bonus temporanei e bandi che non arrivano mai ai destinatari.
Imprese soffocate dalla burocrazia
Aprire un’attività in Campania è un percorso a ostacoli. Un permesso, una firma, una marca da bollo, un controllo, un’altra firma. In media, per avviare un’impresa servono oltre 11 procedure e più di 40 giorni di attesa (dati Unioncamere). In Lombardia bastano 6. Non è questione di capacità, è questione di sistema.
La burocrazia è diventata la prima forma di disoccupazione. Uccide l’iniziativa, scoraggia chi vuole provarci, e spinge molti a cercare scorciatoie. Perché quando lo Stato ti tratta da sospetto invece che da risorsa, la tentazione di mollare diventa fortissima.
Eppure, in Campania, chi resta e lavora lo fa con una forza quasi eroica: botteghe storiche, aziende agricole, start-up nate nei garage, imprese artigiane che tengono viva un’economia che Roma considera “minore”. Ma minore non è: è il tessuto che tiene in piedi questa terra.
I fondi europei dimenticati nei cassetti
Un’altra ferita aperta: i fondi europei FESR 2021–2027, che dovrebbero essere la spina dorsale per lo sviluppo regionale. A oggi, la Campania ne ha utilizzati solo il 16%. Significa che miliardi di euro sono lì, bloccati da lentezze amministrative e mancanza di progettualità.
Ogni euro fermo è un posto di lavoro che non nasce, un’impresa che chiude, un giovane che parte. Il problema non sono i soldi, ma la capacità di spenderli bene. E la verità è che troppe volte chi amministra non conosce la realtà economica del territorio: non sa cosa significhi fare impresa tra ritardi, tasse e controlli a sorpresa.
Il paradosso del reddito e della dignità
Negli ultimi anni, si è preferito sostenere chi non lavora invece di chi crea lavoro. Il reddito di cittadinanza, nato per combattere la povertà, in molte aree è diventato un disincentivo alla fatica e un freno al reclutamento. Molti ristoratori, imprenditori e agricoltori raccontano la stessa storia: “Non troviamo personale, non perché non c’è, ma perché non conviene lavorare”.
Un sistema che premia l’inattività e punisce l’iniziativa non è sociale: è autodistruttivo. La dignità non si assegna per decreto, si costruisce col lavoro e col merito. E la destra, quella vera, non deve mai dimenticarlo.
Ripartire da chi crea, non da chi consuma
Serve una svolta culturale prima ancora che economica. L’Italia non si rialzerà mai se non torna a credere nell’impresa, nella competenza, nel rischio calcolato, nella voglia di fare. In Campania, questo spirito c’è: lo vedi nelle mani dei giovani agricoltori del Sannio, nei piccoli laboratori tessili di Nola, nei tecnici che lavorano in coworking improvvisati nei garage.
Ma serve che le istituzioni ci credano per prime. Che lo Stato torni arbitro, non avversario. Che i controlli siano giusti, ma anche rapidi. Che chi apre una partita IVA non sia trattato come un colpevole, ma come un pilastro della comunità.
Le soluzioni ci sono, ma vanno applicate
Riduzione della burocrazia per le nuove imprese.
Utilizzo integrale e trasparente dei fondi europei.
Sgravi per chi assume giovani e investe in formazione.
Tutela del made in Campania, per esportare il valore del territorio e non solo la sua manodopera.
Patti locali per l’occupazione, costruiti con le imprese, non sulle loro spalle.
La politica non deve promettere miracoli, ma garantire ordine, semplificazione e continuità. Il resto, i cittadini lo faranno da soli — come hanno sempre fatto.
La forza di restare
La verità è che chi decide di restare qui, oggi, fa una scelta coraggiosa. Chi apre un negozio, chi mette su un laboratorio, chi non si arrende alla fuga, sta già facendo politica nel senso più alto del termine: quella che costruisce, non quella che proclama.
E forse il compito di chi scrive — e di chi legge — è proprio questo: non chiedere assistenza, ma pretendere rispetto per chi lavora.
Perché la libertà, senza dignità economica, non esiste. E la dignità nasce solo da una cosa: il lavoro vero, quello che nessuno ti regala.
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