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Acqua pubblica in Campania: la risorsa che ci hanno tolto in silenzio


C’è un tema che in pochi hanno avuto il coraggio di affrontare fino in fondo, eppure riguarda tutti noi — più ancora dei trasporti o della sanità: l’acqua. Sì, quella che beviamo, che paghiamo, che pensiamo sia “nostra”. Ma che, dal luglio 2024, lo è un po’ meno.



La delibera 399: il colpo di mano dell’estate

Mentre tutti parlavano di turismo e di caldo record, la Giunta Regionale della Campania approvava — quasi in silenzio — la delibera n. 399 del 15 luglio 2024, con cui si decideva la privatizzazione del sistema di adduzione primaria. Tradotto: metà dell’acqua campana passerà nelle mani dei privati per i prossimi trent’anni.

Il 49% delle quote andrà a società private, mentre la gestione sarà affidata a una “società mista” pubblico-privata. Un’operazione da centinaia di milioni, che comprende infrastrutture cruciali come la diga di Campolattaro, l’acquedotto di Cassano Irpino e la rete di adduzione del Torano-Biferno.

Il risultato? I cittadini continueranno a pagare le bollette, i privati a incassare gli utili. Un capolavoro di finanza pubblica… a senso unico.



Il diritto negato: chi paga è sempre lo stesso

La beffa è che, in teoria, l’acqua doveva restare pubblica. Nel 2011, con un referendum, oltre il 95% degli italiani aveva detto chiaramente “no” alla privatizzazione. Ma evidentemente, quel voto vale solo quando fa comodo.

Il nuovo modello prevede che i costi di gestione e investimento vengano coperti per metà dai fondi pubblici, e per metà dalle bollette. Cioè da noi. In cambio, i partner privati avranno il diritto di gestire e trarre profitto dalle infrastrutture per trent’anni.

È un’operazione che non nasce per migliorare il servizio, ma per liberare i conti regionali e “far cassa” a breve termine. Un modo elegante per dire: “Non possiamo gestirla, la vendiamo a chi può guadagnarci”.



I comuni si ribellano (in silenzio)

Non tutti, però, hanno chinato la testa. Diversi sindaci, soprattutto nell’Irpinia e nel Sannio, hanno espresso forte contrarietà. Il sindaco di Montella, in un’intervista a Il Mattino, ha dichiarato:

“Abbiamo difeso per anni le nostre sorgenti come un bene sacro. Ora ci dicono che dobbiamo consegnarle a una società che risponde agli azionisti, non ai cittadini.”

Ma la protesta è rimasta locale, quasi sommersa. Nessuna manifestazione di piazza, nessun titolo in prima pagina. Come se l’acqua fosse un tema troppo complesso per meritare indignazione. Eppure, è il bene più essenziale che abbiamo.



I dati parlano chiaro: tariffe in aumento, reti in rovina

Secondo l’ultimo rapporto ARERA 2025, la Campania è tra le regioni con la più alta dispersione idrica d’Italia: oltre il 48% dell’acqua immessa in rete si perde per guasti o tubature obsolete. In alcune province si arriva al 60%.

E mentre la metà dell’acqua si perde per strada, le tariffe crescono: +12% negli ultimi tre anni, secondo l’Osservatorio Prezzi al Consumo. Paghiamo per un servizio che non arriva. E ora, con la gestione privatizzata, il rischio è che il costo aumenti ancora — in nome dell’efficienza.

Ma l’efficienza, quando entra in un bilancio privato, ha sempre un solo obiettivo: il margine di profitto.



Chi ci guadagna (e chi ci perde)

I beneficiari sono pochi e ben noti: grandi gruppi industriali e holding multi-servizi, spesso gli stessi che già gestiscono reti idriche in altre regioni. Hanno risorse, certo, ma hanno anche obiettivi chiari: guadagnare. Non migliorare la vita dei cittadini.

Chi ci perde? Tutti gli altri. Le comunità locali che rischiano di vedersi aumentare le bollette, i piccoli comuni che perderanno controllo sulle proprie sorgenti, le famiglie che non potranno più contare su una gestione trasparente e pubblica.

E il paradosso è che la Regione, nel frattempo, continuerà a sbandierare “investimenti storici per l’acqua”. Senza dire che, in realtà, non sarà più lei a gestirla.



Una riflessione semplice

Molti penseranno: “Ma cosa cambia, se tanto l’acqua arriva comunque dal rubinetto?”. Cambia tutto. Perché non è solo una questione di rubinetti, ma di sovranità. Quando una Regione cede la gestione di un bene primario ai privati, non sta solo firmando un contratto: sta rinunciando a un diritto.

E in un Paese che si riempie la bocca di parole come “bene comune” e “transizione ecologica”, fa impressione vedere che l’acqua — la base di ogni vita — venga trattata come una merce qualsiasi.



L’acqua non si vende, si amministra

Non serve retorica, serve buon senso. Gestione pubblica non significa spreco, se è fatta bene. Significa controllo, trasparenza, responsabilità.

Restituire la gestione dell’acqua ai cittadini non è un gesto politico, è una questione morale. Perché l’acqua non appartiene né ai partiti né alle società: appartiene alle persone che la pagano e la bevono ogni giorno.

E chi governa questa terra dovrebbe ricordarselo ogni volta che apre un rubinetto.





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